È iniziato tutto quando, ingenuamente, ho detto «questo weekend lo passo a studiare».

Dopo aver pranzato al giapponese all you can eat con moglie Andrea sono tornato a casa, saranno state le 15, visto che aspettavo il “caldaista” che venisse a montare il benedetto cronotermostato e rendere finalmente meno traumatiche le mie sveglie mattutine.

Alle 16,30 circa sono iniziati i bruciori (leggerissimi) e un leggero accenno di nausea che non ho esitato ad attribuire alla mangiata, era già successo prima, niente che non si potesse risolvere con una tisana digestiva e un po’ di liquirizia. Alle 21,30 pensavo di farmi un leggero passato di verdure per mettere qualcosa sullo stomaco e prendere delle medicine, ma il solo pensiero mi dava il voltastomaco. Ho pensato di accontentarmi di qualche cracker e di un po’ d’acqua giusto per mandare giù le pastiglie.

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Alle 22,30 il cracker e mezzo, la liquirizia, le tisane e tutto il resto tornavano su e iniziava il casino.

Per fortuna prima di cercare di dormire ho preso un Tavor, almeno non sono stato preso dall’ansia e sono rimasto abbastanza tranquillo. Dormivo un’ora, mi svegliavo, bevevo un poco per cercare di tenermi idratato, cercavo di trattenerlo il più possibile e poi andavo a vomitare (cinque o sei volte la quantità di acqua ingerita, alla faccia di Lavoisier), dormivo un’ora… e via così finché alle 8,40 non ho pensato bene di chiamare un’ambulanza e farmi portare in Pronto Soccorso (nota mentale, la prossima volta pensaci prima), ambulanza che è arrivata dopo circa un’ora, e infatti mi hanno trovato addormentato, e finalmente verso le 10,10 ero in ospedale, confuso, assonnato, dolorante e parecchio nauseato e disidratato.

Dopo una non troppo gentile accoglienza da parte dell’infermiera della reception (“E perché ha chiamato l’ambulanza?” “Devo vomitarle in faccia o ci arriva da sola?” giuro) ho aspettato settanta minuti in sala d’attesa essendo un misero codice verde (situazione stabile, nessun pericolo di vita o di peggioramento) che però non teneva evidentemente conto che c’era freddo, che il freddo mi peggiora i dolori, che la sete pure, che l’ansia anche. Al settantesimo minuto ero ancora tranquillo ~non so manco io come~ ma avrei pagato oro per una cazzo di flebo e per essere portato dentro e visitato. Cosa che, per fortuna, hanno fatto in fretta. Flebo compresa, di tachipirina e di un non meglio precisato antibiotico. A quel punto ho iniziato a star bene, saranno state le undici, alla terza spiegazione del perché fossi lì e del perché volessi delle lastre all’addome (“E io che ne so, scusate, me le ha chieste il mio medico curante, non guardate me, io ci ho parlato tra una vomitata e l’altra”) verso le 12 avevo fatto le benedette lastre e alle 15 avevo i risultati (oibò, tre ore per delle lastre? Tre ore per delle lastre). Tra gente che non sapeva nemmeno che ci facesse in sala d’attesa, un vecchietto che stava (mi si perdoni, schifosamente) soffocando nel proprio catarro proprio nella sedia accanto alla mia, un drogato che cercava di farsi fare una flebo perché in crisi d’astinenza, qualche vecchio che pensava di morire (e uno, in effetti, nella notte è morto, gesummio), tutto quel tempo passato in sala d’attesa senza niente da fare mi ha dato un’interessante finestra sull’umanità. Che avrei chiuso a doppia mandata quanto prima, se solo avessi potuto.

Il vero incubo, però, inizia quando a seguito di un’ecografia e di un consulto (intanto si sono fatte le 17,30 circa) i medici iniziano a dirmi che vorrebbero tenermi in osservazione, un po’ per capire esattamente cosa ho (“Avrebbe dovuto portare i vecchi esami medici” “Stamattina avevo il cervello nel water e comunque dovevo venire qui solo per delle lastre” “Dovrebbe portarsi sempre appresso i medicinali per due o tre giorni” “MA PRENDO DIECI PASTIGLIE AL GIORNO DA CONSERVARE IN FRIGO, DOVE LE METTO!”) un po’ per essere sicuri che non stessi di nuovo male a casa e tutto da capo. E fin qui ok. Solo che a casa per prepararmi alla notte (o per prendere le mie medicine che in ospedale non avevano, o per prendere i fogli delle precedenti analisi, o per farmi una doccia, o almeno cristiddio per mettermi delle mutande, ero in pigiama sotto la tuta, e per lavarmi i denti che non vedevano spazzolino da almeno 24 ore, visto che in tutto l’ospedale non avevano uno spazzolino e del dentifricio, o un asciugamano) non mi ci hanno mandato.

E qui per fortuna interviene nuovamente moglie Andrea, che se non altro è riuscita a procurarmi almeno uno spazzolino, del dentifricio, e un libro che mi ha tenuto compagnia fino al giorno dopo. Andrea mio angelo, ormai. Unico viso amico in una città di pazzi.

Anche la notte ha riservato le sue sorprese: stipato in una barella tarata su persone affette da nanismo (cioè, io sono 1,72 e avevo i piedi fuori, non oso immaginare le persone normali), con una flebo da 2lt attaccata al braccio che se mi guardo il buco ancora mi spavento, con solo un lenzuolo e una coperta, in stanza con un signore con chissaccosa (a parte la febbre a 40°C) e un ragazzo e una ragazza anche loro con problemi allo stomaco, il ragazzo unico assistito da un’eroica madre che s’è fatta la notte con il kindle su una sedia a rispondere a tutte le richieste del figlio (e di noi altri poveri dannati, santa donna), ho assistito alla:

– molto alienante scena della morte di una vecchietta non sopravvissuta a una trasfusione e conseguente scelta ~molto furba~ dei parenti di mettersi a piangerla nella nostra “stanza”, cioè poveri, eh, ma anche noi non è che fossimo proprio in vena;

– abbastanza divertente scena di un altro tossico che si è messo verso le 3 di notte (ovviamente svegliandomi) a insultare le infermiere in un dialetto strano, che però le infermiere comprendevano evidentemente bene e rispondevano di rimando, finché in un momento da Benny Hill Show le guardie hanno preso il tipo e lo hanno portato fuori di peso dicendogli che era stato “dimesso”;

– abbastanza fastidiosa (ma ce la facciamo a farmi dormire?) scena dello scontro di due lettini per colpa di due ausiliari morti di sonno che hanno fatto un casino della madonna;

e infine

– inquietante risveglio con infermiere che procede a farmi il prelievo di controllo senza neanche avvisare o cercare di svegliarmi, grazie al cielo il braccio con la flebo era dolorante o rischiavo di tirargli un pugno per lo spavento;

Insomma, dopo un’altra allucinante mattinata, un orrendo pasto a base di pasta in bianco scotta condita col nulla assoluto, una fetta di prosciutto cotto con dentro del formaggio sciolto, fagiolini in sugo acido e una pera cotta (no, questa non potevano scazzarla, era buona) e giunto finalmente al limite della sopportazione con un sonoro “emmò mi so’ rotto il cazzo, chiedo le dimissioni anche contro il loro parere” (non c’è stato il tempo, trenta secondi dopo mi chiedevano se ero a posto e se volevo andarmene) alle 16 circa ero finalmente a casa. Dopo un’avventura di circa 28 ore che però mi sono sembrati giorni.

Malattia di merda.

Comunque, con questo si concludono i post per il 2013. Lunedì, se dio vuole, prendo la nave per la Sardegna e mi godo un paio di settimane per riprendermi da questo periodo ma, soprattutto, da questa due-giorni completamente fuori di testa. Magari ci sentiamo per Natale, o per Capodanno, chissà? Intanto auguri, e voi che potete godetevi i cenoni. Sigh.

  • oh madonna.

    • lightingcloud

      Quel pranzo non s’aveva da fare. Non c’è verso. :’D