Il Cartello

Arrampicato su uno di questi pericolosissimi sgabelli mi tengo la mani sulle tempie, gli occhi fissi sul bancone del bar, le pupille che seguono il rivolo d’acqua che dal bordo del bicchiere si spande seguendo le venature del legno.

Cerco di cancellare il rumore attorno a me, ma è veramente troppo, la musica è troppo alta e stanno urlando tutti per superare la musica e le voci degli altri, in un circolo vizioso. Sento che il mal di testa si avvicina pericolosamente.

Ricapitolando, com’è che sono finito qui? Mi sono fatto trascinare. Da quei due deficienti che si lamentano sempre che sono l’unico, nel nostro trio di migliori amici, ad essere ancora single. Vestiti bene, dicevano, vedi che ti diverti.

Che tradotto, vista la situazione, era più un vestiti bene e vedi che la ragazza giusta la incontri. Che nella mia testa suona più come un serata disperata cerca partner.

Ma io non sono bravo in queste cose, loro lo sanno benissimo, e poi sono convinto che se la ragazza giusta la trovo, la trovo visitando la mia libreria con la mia tuta preferita. Ma loro non mi ascoltano, niente, non c’è niente da fare.

Comunque piuttosto che starmene seduto qui potrei almeno cercarmi l’avventura di una notte, mi dico. Ce la fanno tutti posso farcela io, o no? Mi serve solo il coraggio, devo visualizzare il coraggio, farlo mio. Lo visualizzo, lo sto visualizzando.

Il cartello di cartoncino rosso recitava, a chiare lettere nere: in vacanza.

Occhèi.

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