La febbre del giovedì sera

Ti gira la testa. Quando apri la porta di casa a malapena riesci ad infilare la chiave nella toppa, va peggio quando cerchi di sfilarla e il mazzo ti cade a terra con un rumoraccio metallico che ti esplode nel cervello. Fai a malapena in tempo a toglierti le scarpe e i pantaloni, agguantare il termometro, che le forze ti abbandonano del tutto (come hai resistito tanto, anzi?) e crolli sul tuo letto.

In casa risuona il tuo respiro pesante, affannato come se avessi appena corso la maratona di New York, i tuoi colpi di tosse che peggiorano di minuto in minuto, poi il cicalio nervoso che, ancora prima di guardare il display, ti annuncia la diagnosi: febbre sopra i 39 gradi, probabilmente una delle peggiori influenze che tu abbia preso negli ultimi dieci anni.

Nessuno ha sentito niente: la casa è vuota, a parte te, come sempre quando dentro non ci sei tu. Vivi da solo, visto che è quasi un anno che ti hanno dato un contratto a tempo indeterminato e alla fine ti sei deciso a fare il grande passo.

Con lo sguardo appannato cerchi il cellulare, ma il guizzo di qualche povero neurone ancora attivo ti ricorda che è nella tasca dei pantaloni abbandonati di fronte all’ingresso. Tua madre è lontana e non chiederesti a chi con te ha “solo” amicizia di aiutarti. Non hai voglia di strisciare come un verme per recuperarlo, avviserai qualcuno appena ti sentirai meglio.

Questo, almeno, se fossi single. Con coraggio ti butti giù dal letto, non strisci per terra ma arranchi contro il muro. Non sei sicuro di star procedendo sui piedi o sulle ginocchia, ma funziona e dopo una decina di minuti hai raggiunto i pantaloni. Componi il suo numero, biascichi qualcosa, poi chiudi gli occhi e ti accasci sul pavimento, godendoti il fresco che contrasta con l’inferno che ti senti in corpo.

Non sai quanto sia passato quando lei ti scuote da quella specie di sonno in cui sei caduto. La febbre dev’essere salita (del resto eri steso per terra in mutande, che t’aspettavi) e non riesci nemmeno a capire cosa lei ti stia dicendo. Ma chi se ne frega, riesci a pensare tra te e te. I tuoi occhi colgono il suo volto e tu stai già meglio, anche se per finta. Ti aiuta a rialzarti, ti riporta in camera, collabora al tuo trasferimento in un più consono pigiama, ti fa stendere e sparisce. Dopo dieci minuti torna con del cibo caldo, dell’acqua e una camomilla fumante. Ti osserva mentre mangi e poi bevi quello che, per la tua gola completamente secca, sembra nettare degli dei. Ancora un sorso d’acqua, ti accompagna in bagno, e poi di nuovo a letto. Metti la testa sul cuscino e svieni, quasi letteralmente, in un sonno profondo come non ne vedevi da tempo.

La mattina dopo, apri gli occhi. La febbre c’è ancora, ma è scesa di parecchio e tu quasi ti senti bene. Lei è al tuo fianco, nel letto, che ancora dorme, addosso gli stessi vestiti di ieri. È rimasta al tuo fianco, preoccupata, aspettando che ti rimettessi e fossi capace di cavartela da solo.

Mentre le accarezzi i capelli pensi a quando, appena sveglia, ti dirà che gli uomini fanno sempre delle scenate per un po’ di febbre, che mica si muore, eccetera. E tu le darai un bacio, ma non per farla star zitta, ma perché è rimasta lì. E, con un mezzo sorriso maligno, pensi a tutti i tuoi amici soli che ti assicuravano che non sarebbe durata. L’hai conosciuta su un sito d’incontri, che t’aspetti? E sorridi.

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