Momo, o la strana storia dei traduttori italiani che mettono sottotitoli lunghissimi completamente alla cazzo di cane o quasi

Non è la prima volta che prendo in mano questo libro, a parte quando l’ho comprato in libreria. L’avevo iniziato proprio l’anno scorso, proprio in questo periodo, ma ero stato respinto. E con una certa forza, oserei dire. Non c’eravamo presi, e m’era dispiaciuto tanto, perché io di Ende volevo leggere per forza qualcos’altro.

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Io di Ende volevo leggere qualcos’altro perché fino a che non ho scoperto Momo ero convinto avesse scritto solamente La Storia Infnita. E dopo aver letto Momo credo che continuerò a ricordarlo principalmente per quello, mentre questo libro resterà solamente una sorta di… parentesi poco fortunata.

Intendiamoci, Momo è un bel libro, e ha anche un suo perché. Ha un paio di momenti davvero superbi, una bella storia e una protagonista molto simpatica. Però è un libro per ragazzi, forse per bambini, e ne risente parecchio. A differenza di altri titoli, magari per ragazzi ma con un significato comunque più profondo, Momo risente di uno stile molto semplicistico, a volte quasi all’eccesso, che si preoccupa poco di quel che dice pur spingere a fondo il pedale della meraviglia. E se questo può funzionare con bambini e ragazzi, appunto, il lettore un po’ più avvezzo (e magari un attimo più razionale della media) si accorge subito di un bel po’ di incongruenze fastidiose.

Detto in due parole, se vi piace leggere senza pensare troppo, e se vi era piaciuto La Storia Infinita, buttatevici a pesce. Se però siete di quelli che le incongruenze logiche vi stanno sull’anima, forse dovreste pensarci due volte.