Ricordi, parte seconda

Ci ho provato anche io, con le agenzie matrimoniali e i siti di incontri. Ma non è andata molto bene, avevo scelto male i miei indirizzi. O forse c’avevo messo troppa speranza, in un momento in cui avrei voluto ricominciare per davvero.

L’abbaiare di un cane mi risveglia dal mio incanto, se così vogliamo chiamarlo. Sto fissando uno di quegli aggeggi cigolanti che stanno sopra le case in campagna per indicare da dove soffia il vento. Io non sono mai riuscita a leggerli. E non imparerò certo ora. Siamo solo in primavera, ma è quasi l’ora di pranzo e fa caldo. Recupero la maniglia del trolley e mi faccio accompagnare dal rumore delle ruote sull’asfalto. Ci sono solo io in giro. Ma non fa niente, la strada la conosco.

Ci metto poco per arrivare al grande portone che nasconde dietro di sé l’andito. Il paese è piccolo. Di nuovo mi incanto ad osservare il legno vecchio, un po’ squamato, ma stavolta dura poco e non ho tempo per lasciarmi trascinare in fantasie e ricordi. Una voce mi chiama da dietro, la vicina di casa di mia madre mi ha riconosciuta ed è subito uscita a salutarmi e a farmi le feste. Insiste perché io pranzi da loro, da lei e dal suo anziano marito, da lei con l’osteoporosi che trema tutta e da lui con l’Alzheimer che ogni tanto non sa nemmeno dove sta, poverino. Ma non riesco a dirle di no.

Il pranzo è un susseguirsi di domande, alcune piacevoli ricordi d’infanzia, altri orrendi coltelli nello stomaco. Loro di Stefano non sapevano niente, o non ricordavano. E si dicono addolorati. E che gli dispiace, forse non dovevano chiederlo a pranzo. Ma ormai il danno è fatto, anche se cerco di non farlo notare troppo. Sorseggio il caffè.

Finalmente sono a casa. Apro la porta, accendo la luce. Faccio un giro veloce, apro qualche finestra per far girare l’aria. Salgo nella camera da letto, mi butto sul materasso coperto solo da un sottile telo di cotone. Guardo il soffitto. E piango.

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