To Rome With Love

Avviso subito che chiunque sperasse in un bis di Midnight in Paris subirà un’atroce delusione. E che chiunque sperasse in un film brillante, divertente, geniale come Woody Allen sa fare, rimarrà amareggiato. Come me. Perché la definizione giusta del sentimento che provavo una volta arrivato ai titoli di cosa è proprio questa: amarezza.

To Rome with Love è l’ultimo film della serie dedicata, in qualche modo, alle città europee amate da Woody Allen. Nelle splendide strade romane si dipanano quattro storie separate, ispirate alle novelle di Boccaccio, ognuna con una propria morale… o forse no.

Dei quattro episodi, uno mi è piaciuto moltissimo, due così così e uno mi ha fatto venire voglia di piangere dalla tristezza. Quello interamente italiano. Per carità. Ma ne parliamo dopo.

È incredibile come siano i due episodi da cui mi aspettavo di più, quello con Benigni e quello con Allen, a lasciarmi più perplesso. Perché non so decidere se mi siano piaciuti e io abbia riso solamente per la presenza dei due attori, o perché effettivamente ci fosse da ridere. Benigni era indubbiamente sottotono, mentre Allen (che non recitava da tempo) m’è parso decisamente più in forma. Effetto nostalgia? Chissà.

Splendido e surreale l’episodio che vede come protagonisti Jesse Eisenberg, Ellen Page e Alec Baldwin rispettivamente nelle parti del giovane studente di architettura con evidenti problemi nel relazionarsi con gli altri, dell’attricetta femme fatale che non riesce a non sedurre il primo malcapitato, di un architetto americano in vacanza a Roma che si trasforma di punto in bianco nella razionalità del giovane studente. Splendido e surreale, dicevo, sia perché la storia è brillante, sia perché il miscuglio tra azione cinematografica e spezzoni più puramente teatrali, in cui i personaggi dialogano tra di loro rivelandosi le loro vere intenzioni ma solo nella mente di Jesse, sorprende e lascia a bocca aperta. Oltre ad un sacco di interrogativi, soprattutto sulla figura del personaggio di Alec Baldwin, il cui ruolo particolare colma ampiamente le sue deficienze di attore.

Orrenda, infine, la storia dei due novelli sposini giunti a Roma alla ricerca della felicità vista da un’ottica provincialotta. Non perché la storia non sia carina, intendiamoci, ma perché non fosse per la recitazione di Albanese ci sarebbe da suicidarsi al pensiero di cosa sia la “acting school” italiana. Sia Alessandro Tiberi che Alessandra Mastronardi sono più finti del finto, così come tutti gli altri attori (italiani) che compaiono durante la storia, almeno nei ruoli principali. Che, bisogna dirlo, i personaggi secondari sono decisamente, infinitamente più bravi.

Ed è questo, forse, il problema. Con soli attori americani questo film avrebbe brillato molto di più, ma i protagonisti interpretati da attori italiani risultano quasi sempre poco credibili e poco adatti alle situazioni. Si salvano, appunto, Benigni e il padre cantante, più qualche comprimario particolarmente “naturale”. Tutto il resto, è fuffa.

E se questa fuffa mi rovina un film di Woody Allen, mi arrabbio assai.

(A proposito di Midnight in Paris, ho scoperto che tra una settimana esce il DVD con libro. Fateci un pensiero, lo trovate su Amazon.)

(E vi segnalo anche questa bellissima recensione di Sayu scritta per A&C sul libro dedicato a Bioshock. Enjoy.)